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il mondo è un libro e quelli che non viaggiano
ne leggono solo una pagina
Sant'Agostino

Perchè si va in viaggio negli States? Questa domanda me la sono posta tante volte, soprattutto se la fanno tutti i miei amici e la mia ragazza. Ogni anno si gettano le basi per viaggiare in qualche parte del pianeta, si va pazientemente in agenzia, si raccolgono minuziosamente quintali di cataloghi patinati e invitanti che promettono relax, divertimento e sole. E così si resta in fila in agenzia viaggi, il più delle volte in piedi contro un pannello che raffigura una bella ragazza in bikini e ogni volta l'occhio cade su quello spicchio di pagina, quasi sempre nascosta da altre riviste sopra impilate, che fa intravedere la Monument Valley o l'Empire State Building. E come sempre il cuore ricomincia a battere, come fosse stato in letargo da mesi; di colpo cominci a pensare "ma perché no??". Poi la logica - e la mia ragazza - ti spingono a capire che il mondo è grande, vario e pieno di altri luoghi da visitare. Ma nulla, dentro di te si è (ri)accesa quella lucina, quel led rosso settato su "warning" che inconsapevolmente sai già a cosa condurrà. Silenziosamente ti siedi assieme alla tua ragazza al tavolo del tour operator, mentre gentilmente illustra svariate mete.
 
Ma ormai hai già deciso e solo l'educazione di lasciarla parlare ti frenano dall'alzarti e andare a casa a tracciare le "rotte di una nuova avventura". In testa si cominciano a stilare mete su mete, poi le si cancellano e si riparte con altre tappe come un terminale che si è inceppato e ripete all'infinito la stessa operazione. Il problema ora sta nel convincere la tua ragazza nel seguirti nell'ennesima missione e puntuale come un orologio svizzero ti stampa un "NO" a lettere cubitali nelle orecchie, senza sapere che proprio lei ogni volta non vorrebbe più ritornare a casa. "Se tu solo sapessi", questa è la sola frase che le riesco a sillabare. Ma sai che tra poco cederà, perché gli States li ha già visti e sa quanto siano grandi e piccoli allo stesso tempo, di quanto ti lascino dentro un qualche cosa di indelebile, di quanto ti rendano vivo. Per me sono oramai come una seconda casa, al punto che sbarcando in un aeroporto USA e alzando gli occhi agli aerei in partenza avrei voglia di ritornare in tutti i luoghi che ho già visitato, per vedere se è tutto come prima, se tutto è intatto! Inizi allora a consultare libri, a comprare guide sempre aggiornate, a consumare la rete alla ricerca di tutto e di nulla. Tanto il bello è che sai che ci andrai, tutto il resto non ti interessa più.
 
Nel frattempo i giorni cominciano ad andare sempre più veloci e come un inesorabile conto alla rovescia la tensione sale. Cominci a riprendere in mano i vecchi libri di inglese, giusto per arrivare non del tutto arrugginito all'incontro. Un viaggio negli States è come un appuntamento con una splendida donna,non puoi andarci mai a mani vuote. E finalmente giunge il giorno della partenza, ricontrolli mille volte il bagaglio e ti metti in moto verso l'aeroporto. Ogni volta si è obbligati ad alzarsi ad orari assurdi per prendere quel volo, che oscilla sempre tra le 6 e le 7 del mattino. Ma quel giorno la stanchezza non esiste, ormai si assomiglia di più ad un atleta che si prepara da tempo alla gara. Quando suona la sveglia la prima cosa che pensi aprendo gli occhi è che finalmente si parte. Anche se hai "dormito" per un paio d'ore quella notte gli occhi si aprono di colpo, il sonno svanisce istantaneamente e dentro cominciano a scorrerti tutte quelle immagini che hai visto nelle ore di lettura delle guide, su internet o nei vecchi filmati tuoi o dei tuoi amici.
 
E via, verso l'aeroporto. Il volo è un lento avvicinarsi all'obiettivo e già quando si sale e ti regalano il Wall Street Journal si capisce che il sogno sta per (ri)avverarsi. Dopo circa 5/6 ore di viaggio dagli oblò si cominciano a scorgere le scure terre del Canada e ci si rende conto che si è già in America; quando a mezz'ora dall'arrivo ti fanno compilare il "fatidico" modulo d'ingresso il cuore comincia a subire i primi contraccolpi. Ma il momento più bello è quando, atterrati, esci dall'aereo e imbocchi il tunnel dell'aeroporto; di colpo capisci di ritrovarti in un altro mondo. Ti affretti allora verso il ritiro del bagaglio e al tradizionale controllo severissimo del passaporto. Lì la tensione sale a mille, hai sempre il terrore che qualcosa non sia a posto. E' un po' come per un bambino che sa che sulla mensola c'è una bella torta, ma non può arrivarci e allora la guarda con la lacrima all'occhio. Una volta che il doganiere di turno, quasi sempre arcigno e imperturbabile, ti appone il timbro sul passaporto il cuore ricomincia ad avere una cadenza "umana". A quel punto solo una porta ti separa dall'avventura americana, quella porta che solitamente è inondata dalla luce irreale dell'esterno sembra sempre così lontana. Sarà per le dimensioni enormi di tutto ciò che esiste in America e sarà perché attendi quel momento da mesi. Senti il battito salirti in gola, stringi forte il carrello con i bagagli e le porte magicamente si aprono.
 
Improvvisamente trattieni il respiro, chiudi gli occhi e un flash con tutte le immagini dell'America che hai visto in TV, sui giornali e nei tuoi sogni ti trafiggono la mente. Ma la voglia di cominciare è troppa. Allora apri lentamente gli occhi e di colpo metti a fuoco il tuo sogno che ora sogno non è più. Ti metti gli occhiali da sole, chiudi la cerniera della felpa e ti lasci travolgere dal tutto e nulla dell'America.


Giotto
 
 
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