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Cape Cross, Skeleton Coast - Namibia
Namibia flag Namibia

Skeleton Coast

 
Latitude - 22° 40' 55.48'' S
Longitude - 14° 31' 44.04'' E
 
"Ma sarei tornato la', dove mi piaceva vivere, vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni"
Ernest Hemingway
   
september 2008

skeleton coast, tra fantasmi ed illusioni

soundtrack: resurrection, john debney - 2004
 

ChapterAbbandoniamo tristemente il mondo magico di Soussousvlei, fatto di morbide dune rosse e aspre rocce puntellate da bush gialli e verdi; è mattino presto quando varchiamo per l’ultima volta i cancelli del Kulala e la brina è ancora presente sui vetri della nostra Nissan. La notte trascorsa è stata davvero fredda, ma il deserto è così, non ha mai mezze misure. Oggi facciamo rotta verso il grande Oceano Atlantico, ma soprattutto verso la Skeleton Coast. La strada è tanta, forse la tappa più lunga di tutte. Attraversiamo un paio di paesini tra cui Solitaire, famosa per il suo chiosco dove si sforna torta di mele calda tutto il giorno; vediamo il distributore e ci fermiamo, dato che a Sesriem la pompa era guasta. Capita spesso che l’unica fermata possibile per il carburante sia fuori uso o non sia stata ancora rifornita; ecco perché bisogna averne sempre per due tappe consecutive. Affrontiamo un primo passo, ovviamente su ghiaia e sassi; ma ormai ci siamo abituati e guidare nello sterrato è la normalità. Dietro noi un mare infinito di dune rosse fa da cornice al cielo blu cobalto del mattino presto; ma rimaniamo basiti dal panorama tra il Gaub Pass e il Kuiseb Canyon. Un immenso altipiano fatto si sfoglie di roccia lavica, tutte inclinate; sembra di essere in mezzo ad un mare di pietra nera, strepitoso. La Namibia annovera una varietà impressionante di paesaggi, pochi km e tutto muta radicalmente. Vediamo un paio di jeep ferme ai bordi della strada; mi fermo per fornire eventuale aiuto, quando mi accorgo che scattano foto ricordo sotto al cartello che indica il passaggio del Tropico del Capricorno; certo che siamo davvero lontani dall’Italia. Un piccolo ponte sancisce l’attraversamento del Kuiseb Canyon, una vallata dove scorre un timido corso d’acqua nel deserto. Da questo punto la strada dovrebbe essere tutta in discesa fino al mare; peccato che questa retta disegnata col righello nella terra corra per alcune centinaia di km. E’ una porzione di strada a dir poco ipnotica; ai lati della strada non c’è nulla, solo un basso deserto di sabbia gialla, ma senza punti di riferimento. Il fondo stradale abbandona la ghiaia per assumere la veste di un’unica lastra diamantata per quanto brilli alla luce del Sole; la sabbia pressata dai millenni ha creato infatti questa crosta luccicante e anche tagliente per i pneumatici, visti i tanti copertoni abbandonati ai lati. Intorno a noi i recinti, con relativi cartelli per niente amichevoli, infatti indicano miniere di diamanti, con sorveglianza armata dei perimetri. Guai solo ad avvicinarsi ai cancelli, anche perché sarebbe quasi impossibile non farsi notare in mezzo al nulla.

Sembriamo planare come sciatori su una pista ghiacciata; come sempre non incontriamo né vetture in un verso né in quell’altro, ma questo senso di solitudine ci fa compagnia ormai da una settimana. Per fortuna, e ancora senza forature all’attivo, intravediamo le prime alte dune che segnalano l’inizio della località balneare di Walvis Bay; non ne potevo davvero più di guidare, con quella luce accecante riflessa dritta nell’abitacolo. Dopo giorni da eremiti in mezzo a deserti, il poco traffico della costa, il cemento, l’asfalto, i negozi, tutto ci dà un senso di fastidio. Per una volta rimpiango i silenzi e la pace del nulla, non l’avrei mai detto ma è così. Il vento, da quanto è forte, rendono difficile guidare; raffiche violente alzano la sabbia delle dune per poi ricoprire la carreggiata. Ci sembra d’essere in un paesaggio post guerra nucleare; a pochi metri dalla battigia relitti di navi affiorano a fatica dai flutti come se lottassero ancora contro la natura. Ora comprendo il perché del nome “Skeleton Coast”. Pochi km dopo Walvis Bay, raggiungiamo la nostra meta finale, Swakopmund; non si tratta di una città come un'altra, ma rappresenta la via di fuga per tutti i namibiani durante le estati torride dell’entroterra. Swakopmund raffigura la città del divertimento e dello sport della Namibia; innumerevoli agenzie propongono ogni tipo di sport su sabbia e mare, escursioni su quad, jeep, barca, mongolfiera e aeroplano. Sembra davvero lontana la tisana sorseggiata mentre si ode il vento spazzare le dune. La cittadina è costruita in puro stile bavarese, con casette tute colorate e molto caratteristiche; il turismo è prettamente tedesco, come molti dei menù e delle colazioni proposte dai locali. Ma se questo può sembrare, almeno a me, un punto a sfavore, torna utile come senso di rigore e ordine; la cittadina è infatti affollata, ma mai caotica. Ciò che purtroppo rovina l’incanto è l’eccessivo accattonaggio ad ogni bordo strada, la presenza di guardie giurate ovunque, persino nei parcheggi sotterranei. Sembra d’essere sotto coprifuoco, visto che pure i negozi hanno portoni apribili solo previo campanello; non amo viaggiare e sentirmi braccato. Un locale poi mi spiegherà che l’eccessiva vigilanza non è altro che un deterrente alla microcriminalità, ma soprattutto un surrogato alla scarsa presenza di forze dell’ordine. A parte questo forte impatto Swakopmund è veramente carina come città, un’ottima fermata prima di rituffarsi nell’Africa vera. Il nostro albergo è molto elegante, anche se sembra più ad un hotel ampezzano che africano.

Abbiamo tre giorni da spendere qua, ma ho già capito che occorre organizzarsi bene, viste le infinite possibilità di escursione del luogo. Attraverso la reception dell’hotel, prenoto immediatamente un tour a Sandwich Harbor, una piccola baia immersa tra altissime dune a sud di Walvis Bay. Le guide dicono che è affrontabile purché muniti di 4wd, ma la sabbia, mi sono accorto, è veramente insidiosa, molto più che guadi o sterrati su sassi; voglio godermi l’escursione, consigliata come una delle più belle della costa. La sera le strade di Swakopmund diventano deserte; avrei preferito andare a piedi a mangiare, ma il freddo gelido – 5 gradi la minima – e le vie buie mi fanno propendere per l’auto. L’iter della sicurezza prosegue anche al ristorante; un paio di monete per il parcheggio e altre per il ragazzo che in teoria deve vigilare che nessuno danneggi il nostro mezzo. La mancanza di sicurezza, o come preferiscono gli abitanti di Swakopmund, “l’eccesso di protezione”, è fastidioso; è un po’ come tornare improvvisamente dall’Africa libera al sobborgo di una grande città europea. Per fortuna il locale consigliato dall’hotel – Kucki’s Pub – è molto carino e la qualità del pesce ottima; la stanchezza di una giornata davvero lunga e faticosa si fa avanti a grandi passi, meglio ritirarsi a riposare. Una bella dormita, una giornata soleggiata e già tutte le possibili note stonate di Swakopmund sembrano avere tinte più tenui. Ci dirigiamo in prima mattina alla volta del porticciolo di Walvis Bay, dove ci aspettano per il tour di Sandwich Harbor. Una mitica Jeep Defender ci porta nella baia di Walvis Bay dove avvistiamo i “pink flamingos”, i famosi fenicotteri rosa, simili a quelli che vedemmo in Florida anni fa. Tutto intorno a noi immense vasche naturali dove un batterio colora l’acqua di un viola acceso, favorendo così l’evaporazione dell’acqua. Walvis Bay è infatti ricchissima di fabbriche di “sale”; enormi piramidi bianche si ergono lungo tutta la baia. Proseguiamo veloci sulla battigia, con alla nostra sinistra il mare che esibisce onde impressionanti; veniamo investiti continuamente dagli spruzzi potenti dell’Oceano e a da folate di sabbia che sembrano quasi spingerci in acqua. E’ un paesaggio da fantascienza; il faro solitario a tratti viene oscurato da violenti mulinelli di sabbia, facendolo assomigliare ad una vecchia trasmissione con i colori seppiati. D’innanzi a noi una colonia di almeno qualche migliaio di leoni di mare si contorce sulla battigia, e a turno si tuffa rumorosamente in mare. Scendiamo dal veicolo per sincerarci di essere ancora sul pianeta Terra, ma è tutto vero.

Ancora una volta la Namibia esibisce il lato più vero della natura, facendoci capire di come siamo fragili in questo immenso ecosistema; il mare è talmente ricco di vita che le onde quando s’infrangono sollevano una schiuma verde. Non è inquinamento, ma plancton come suggerisce il nostro accompagnatore; la Namibia è uno dei paesi più importanti al Mondo in termini di pescosità delle proprie acque; orche, balene, leoni di mare, squali sono solo alcune delle specie più diffuse. Intanto ci raggiungono altre due Jeep, con il compito di aspettare l’arrivo via mare di altri sei viaggiatori; nel frattempo attrezzano un campo di fortuna ove trascorrere il pranzo. Ma è tempo di metterci in marcia alla volta di Sandwich Harbor, in fondo dovrebbe essere il piatto forte della giornata. Il tragitto è altamente suggestivo, perché sfrecciare a momenti sulla battigia e poi in mezzo a piccole dune genera emozioni forti. La visita era possibile anche con un proprio 4WD, ma ad essere sincero, le insidie della sabbia sono troppe; viaggiando in riva al mare è facile confondere il terreno soffice con delle sabbie mobili; e non vorrei trovarmi nei panni di alcuni turisti che hanno visto affondare il proprio mezzo in qualche pantano nascosto. Ora il paesaggio dolce di piccole dune cambia a favore di vere e proprie montagne di sabbia; iniziamo a scalarne un paio con la Jeep, alternando ripide discese a salite verticali, da paura. Intorno a noi è – almeno per me – impossibile orientarsi; un mare giallo mosso da un vento che soffia con forti raffiche, un meraviglioso inferno. Arriviamo alla base della duna che ci permette di ammirare ciò che resta della baia di Sandwich e la scaliamo a piedi; ben presto il gruppo “turistico” si sgrana, a causa della difficoltà di arrampicarsi su una duna alta un centinaio di metri; ma soprattutto per l’azione combinata di fondo troppo morbido e di un vento insistente che a intervalli regolari m’investe di sabbia. Arrivo in vetta con molte difficoltà, forse era meglio salire scalzo come le guide; le scarpe da trekking ben presto si trasformano in velenose zavorre, facendomi pensare ogni instante di fare retromarcia. Ma in vetta la vista è tremenda! A fianco la Sandwich Harbor mentre ai miei piedi la duna cade verticale fino in mare, da brividi; rimango pietrificato per l’altezza e per il fiatone, ma è già ora di ripartire. Ecco perché molte volte odio i tour di gruppo, ma qui o così o non ci arrivavo neppure pregando. Il ritorno è come essere al luna park, tutto un valica sali e scendi dalle dune con discese mozzafiato.

Rientriamo in hotel completamente distrutti, perché alla fine è un giro di quasi dieci ore senza troppi momenti di relax, ma in fondo era ciò che sognavo. Gentilmente il bureau ci prenota per la sera un ristorante di pesce proprio sul molo di Swakopmund, molto caratteristico visto che è ospitato all’interno di una vecchia nave; ma in garage troviamo la sorpresa, una ruota a terra. Non so se mettermi a ridere o altro; circa duemila km di sterrato fatto, mentre è da due giorni che viaggio su asfalto cittadino. E dove buco? In città. La pratica cambio gomme viene espletata in pochi minuti, forti della fortuna di trovarmi all’interno del garage coperto dell’albergo e dall’aiuto di un ospite sudafricano guarda caso pure lui in garage. Rimane stupito nel constatare che in Italia la sostituzione di un pneumatico sia un problema; per loro è una prassi a dir poco settimanale. E infatti al mattino dopo, molto presto, mi reco con la Nissan presso un centro gomme specializzato dove in pochi minuti mi mettono a nuovo la ruota danneggiata. In tutta sicurezza ci rimettiamo in marcia lungo la Skeleton Coast, facendo rotta su Cape Cross a nord della Namibia. Pochi km di asfalto e ora planiamo su un letto di sale misto a ghiaia, a pochi metri dalla spiaggia sempre guarnita da onde nervose. Anche il traffico, sempre che potessi chiamarlo così, di Swakopmund in pochi minuti si azzera, il che mi fa enormemente piacere; anche se l’avevo già in parte assaggiata in alcune aree remote del southwest degli Stati Uniti d’America, ho scoperto come la solitudine e l’isolamento sia qualcosa di meraviglioso; ti riappropri del tempo, riesci a sentirlo scorrere senta vederlo scivolare via. Inutile dire che i paesaggi sembrino usciti dal pennello di un pittore fiammingo; onde immense che spazzano la costa con la prua di una nave arenata che prova a farsi strada tra i flutti, mentre una leggera foschia mattutina avvolge le dolci colline arse dalla salsedine. Provo a fermarmi per fare alcune foto, ma è impossibile farci entrare tutto dentro; così rubo qualche scorcio qua e là, consapevole che tanta bellezza non si può immortalare. La strada è veramente morbida e sicuramente la nostra vettura ringrazia; ai bordi della carreggiata dei bidoni di latta sorreggono improvvisati banchetti con esposte immense rocce di sale rosa o bianco, ma nessun venditore nei paraggi; solo un piccolo barattolo dove onorare il prezzo delle pietre. Mi piace l’ottimismo e la fiducia di questo popolo, come mi piacerebbe vedere questo tipo di commercio nel Bel Paese; ma davvero siamo noi i civilizzati? Questa domanda è da giorni che continua a girarmi in testa. Un paio d’ore di viaggio e raggiungiamo la meta, almeno credo dato che è quasi la prima struttura abitativa che avvisto da Henties Bay.

Svolto verso la spiaggia alla ricerca dell’ingresso del residence e mi accorgo che è proprio adiacente alla Cape Cross Seal Reserve, il parco habitat dei leoni marini. L’albergo è davvero incantevole, in stile coloniale proprio sulla spiaggia; tutte le camere sono attrezzate con terrazze per ammirare il tramonto sul mare. Abbandoniamo auto e bagagli in hotel e ci mettiamo in cammino versa la riserva, passeggiando lungo la spiaggia. Il freddo è pungente e la mia scelta di uscire in bermuda non è proprio delle migliori, ma le escursioni termiche in Namibia sono a dir poco clamorose. La sabbia si rompe rumorosamente sotto i nostri piedi, mentre noto come siamo i primi umani a violarla, almeno per oggi credo; non è la stessa cosa per le impronte degli animali che s’intrecciano ovunque, come fosse una grande autostrada. Peccato non saperle riconoscere perché ce ne sono veramente tante; pochi metri avanti ed ecco che cominciamo ad incontrare teschi animali, ossa e lische immense; sembra di essere nel bel mezzo di un cimitero ittico. Cape Cross si protende per qualche centinaio di metri in mezzo al mare, sormontata da una leggera collina; dall’alto un piccolo gruppo di sciacalli ci osserva e si tiene a distanza. Lentamente si cominciano ad udire i leoni di mare che schiamazzano, tutti adagiati sulle rocce a prendere il sole. Anche se i più curiosi sono quelli che si tuffano in mare e sembrano voler surfare le immense onde dell’oceano. Sono tantissimi, più di quanti immaginassi; come esplicavano le guide, circa duecento mila esemplari che col loro manto scuro sembrano tinteggiare di tinte cupe tutta la penisola della Skeleton Coast. Anche l’odore è per palati forti; noi ci avviciniamo quanto basta per rubare degli scatti degni del luogo. Ma la passerella in legno che costeggia tutta la bassa vetta della collina è ancora meglio per le fotografie; sembra quasi che i leoni di mare non ci vedano neppure. Nel frattempo una dozzina di sciacalli trotterella curiosa tra le rocce, incuranti degli urli e dei soffi dei grandi leoni. Il loro unico obiettivo è di individuare i piccoli, in modo da poi rapirli e mangiarli all’imbrunire; ma questa catena alimentare sembra non spaventare i leoni e non angosciare gli sciacalli: è sempre andata così.

Rientriamo con calma e congelati in hotel, proprio mentre un grandioso tramonto sull’acqua sembra lanciare pennellate di arancio sopra di noi; la serata è tersa come non mai, grazie anche al vento fortissimo che, provenendo dall’Antartide, sembra incessante in ogni periodo dell’anno. La sera ci accorgiamo di come siamo veramente in pochi ad alloggiare al Cape Cross Lodge, giusto una manciata di tavoli da due e basta. E’ evidente che questa escursione viene fatta in giornata da Swakopmund, ma ho preferito fermarmi qui proprio per assaporare il senso di solitudine della Skeleton Coast. La cena, molto curata come sinceramente in ogni lodge che abbiamo visitato, è raccolta attorno ad un camino acceso che come non mai è utile, oltre che per creare atmosfera, anche per scaldarci. Purtroppo i giorni stanno volando e con oggi ho chiuso anche la piccola parte di Skeleton Coast che il tempo mi permetteva di visitare; il viaggio sta andando meglio di ogni previsione, senza contrattempi o infortuni vari, ma rimango sempre con i consigli della guida che ci accolse a Windhoek, mai abbassare la guardia in un paese tanto bello quanto letale. Viaggiare per la prima volta in Namibia da un lato ti trasmette ogni istante emozioni che non avevo mai provatoChapter neppure negli Stati Uniti d’America, ma dall’altro non riesco a godermelo appieno perché la prudenza mi porta ad accorciare sempre i miei passi. E’ un paese che offre davvero tanto, troppo per un solo viaggio nella vita.

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Skeleton Coast - Swakopmund, Namibia
Skeleton Coast, Swakopmund - Namibia
Moonscape in Welwitschia Drive, Namibia
Moonscape in Welwitschia Drive - Namibia
Flamingos at Walvis Bay, Namibia
Flamingos at Walvis Bay - Namibia
Jackal at Cape Cross, Namibia
Jackal at Cape Cross - Namibia
Walvis Bay, Namibia
Walvis Bay - Namibia
Jackal at Cape Cross, Namibia
Jackal at Cape Cross - Namibia
Welwitschia Drive, Namibia
Welwitschia Drive - Namibia
Seal at Cape Cross, Namibia
Seal at Cape Cross - Namibia
Sandwich Harbor - Skeleton Coast, Namibia
Sandwich Harbor, Skeleton Coast - Namibia
Welwitschia Drive, Namibia
Welwitschia Drive - Namibia
Salt field at Walvis Bay, Namibia
Salt field at Walvis Bay - Namibia
DSkeleton Coast - Swakopmund, Namibia
Skeleton Coast - Swakopmund - Namibia
Seals at Cape Cross, Namibia
Seals at Cape Cross - Namibia
Walvis Bay Lighthouse, Namibia
Walvis Bay Lighthouse - Namibia
Sandwich Harbor - Skeleton Coast, Namibia
Sandwich Harbor, Skeleton Coast - Namibia
Sandwich Harbor - Skeleton Coast, Namibia
Sandwich Harbor, Skeleton Coast - Namibia
Welwitschia Drive, Namibia
Welwitschia Drive - Namibia
Seal colony at Cape Cross, Namibia
Seal colony at Cape Cross - Namibia
Sunset over Cape Cross Lodge, Namibia
Sunset over Cape Cross Lodge - Namibia
Moonscape in Welwitschia Drive, Namibia
Moonscape in Welwitschia Drive - Namibia