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Sedona - Bell Rock, Arizona - USA
United States of America flag Arizona | USA

phoenix and the southwest dream

 
Latitude - 34° 52' 22'' N
Longitude - 111° 45' 40'' W
 
"Nessuno č pių schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo"
Johann Wolfgang Goethe
   
july 2002 / september 2006

phoenix e il southwest, nuovamente a casa

soundtrack: good morning indian country, lisa gerrard and jeff rona - 2005
 

Chapter

E’ proprio vero, per apprezzare una cosa devi perderla o quanto meno devi credere di averla persa. Questo antico, ma saggio, adagio descrive in modo perfetto il mio recente viaggio nel southwest degli Stati Uniti. Perché si è trattato di un viaggio e non di una vacanza. Spesso mi piace un po’ filosofeggiare sulle definizioni di viaggio e vacanza, due termini usati come sinonimi, ma che nella realtà sono agli antipodi come significato. Una vacanza presuppone dei punti fermi: una programmazione quasi nulla dell’itinerario, se non qualche improvvisazione in loco; assolutamente non più di una guida, ancor meglio se trovata in allegato a qualche quotidiano; la ricerca nel coinvolgere nella vacanza il maggior numero di amici o conoscenti; ma soprattutto occorre trovare un luogo del quale ci si possa poi vantare a casa. Il viaggio, all’opposto, nasce come consapevolezza che sarà dura, in tutti i sensi. La stesura della bozza dell’itinerario giunge molti mesi prima della partenza, dopo una paziente ricerca di testi e siti che possano quantomeno indicare le zone da non perdere.

Il viaggio dovrebbe portare ad una maggiore conoscenza dei modi di vivere dei locali, della loro storia; dovrebbe tendere quindi ad un arricchimento personale. Il southwest degli Usa sicuramente offre questo e altro, ma solo se affrontato con lo spirito giusto e la preparazione idonea. Come detto prima, le cose si apprezzano davvero quando svaniscono improvvisamente. Era successo l’anno scorso, quando dovemmo, per sfortunate vicissitudini, annullare questo itinerario a pochissimi giorni dalla partenza. Stava per ripetersi quest’anno, ma alla fine ci siamo chiusi gli occhi e siamo partiti ugualmente. Volare in agosto è ormai ad appannaggio dei forti di cuore: avarie, dirottamenti, terroristi sono solo l’antipasto. Fare i bagagli in agosto è quindi una vera prova di forza contro il “terrorismo” reale e mediatico, ma quando lo fai scatta qualcosa di magico. Il chiuderli scatena un effetto tutto suo; sai che stai finalmente per partire per quel viaggio tanto sospirato e sudato. Tutti il classico “negativismo” che ti accompagna ogni giorno lavorativo scompare e la tua attenzione passa dai clienti quotidiani alle prenotazioni degli hotel; in fondo anche il secondo è stato un “lavoro” per i mesi che hanno preceduto la partenza. Notizia clamorosa, finalmente abbiamo trovato un aereo che parte ad un’ora “umana” da Bologna. Per anni abbiamo preso la classica coincidenza per Londra o Francoforte che oscillava impietosamente tra le sei e le otto del mattino; se poi si sottraggono le canoniche due ore, obbligatorie per i voli intercontinentali, e se si sottrae pure il tempo del treno da Rimini… si capisce come l’ultima notte sia davvero lunga. Diligentemente arriviamo con due ore abbondanti d’anticipo, ma la prima impressione è di essere ai cancelli di uno stadio prima di un derby anziché all’aeroporto. File smisurate si snodano un po’ ovunque. Viaggiatori smemorati dalle ultime disposizioni in materia di sicurezza cominciano a “travasare” liquidi dal bagaglio a mano in quello da stiva. Valige aperte in ogni angolo tratteggiano la hall come una specie di bazar improvvisato. La stessa scena si ripete al check in, anche se mi aspettavo un controllo ancora più accurato. Il primo volo, alla volta di Parigi, scivola via in modo tranquillo; addirittura atterriamo con largo anticipo, ottima cosa in vista dei controlli ancor più ferrei che mi aspettano per fare rotta verso gli States. Peccato che tutti quei preziosi minuti si azzerino a causa del pulmino che ci traghetta dall’aereo al gate. Per un momento mi convinco che stiamo viaggiando alla volta della Torre Eiffel; e pensare che ho sempre criticato il vecchio autobus di Bologna che ti fa fare in pochi minuti il giro delle piste di decollo. Alla fine ci accorgiamo che tra pratiche si imbarco/sbarco unite con i trasferimenti in pulmino, ci abbiamo messo più tempo che il volato stesso. Pazzesco.

L’aeroporto di Parigi è sempre il solito elegante caos, fatto di gallerie meravigliosamente alte e ampie, ma terribilmente lunghe. Non capirò mai perché quando hai un “flight connection” ti scarichino nel punto più lontano dal gate di decollo, sembra quasi lo facciano apposta per creare una selezione naturale tra i passeggeri. Iniziamo con il primo check in, rigoroso al punto di farti passare scalzo sotto al metal detector. Ma nulla in confronto al check in a ridosso dell’imbarco vero e proprio; apertura di tutti i bagagli a mano, con conseguente marasma nel ricomporli, perquisizioni corporali a tutti i passeggeri e a campione qualche domandina sul perché si stia viaggiando verso gli Stati Uniti, come se un malintenzionato colto da improvviso buonismo rivelasse le proprie voglie di eutanasia esplosiva. Tutta questa sicurezza preventiva archivia un’ora extra di ritardo, ma permette a livello psicologico di viaggiare molto più rilassati. Atlanta ci accoglie alle prime ore della sera, con sullo sfondo il sole che si riflette nello skyline  fatto di vetri della città. Ho perso il conto dei viaggi di piacere che ho fatto negli Stati Uniti, ma ogni volta che sto per atterrare mi prende una strana forma di malinconia, come se la trasvolata tagliasse sempre quel cordone ombelicale che mi unisce al “bel paese”. Mi perdo osservando dal finestrino le strane formazioni dei quartieri americani, assomiglianti a fiori stilizzati per poi seguire con lo sguardo gli interminabili serpentoni di auto che si rincorrono in modo ordinato sulle highway. E poi eccoci, finalmente, negli States. Una rapida occhiata all’ora locale e capiamo subito che abbiamo meno di un’ora per prendere la connection per Phoenix. Neppure il tempo di emozionarci per essere in America e ci troviamo ammassati come bestiame alla barriera della dogana, sotto gli occhi “attenti” di una attendente che sembra la fotocopia dei Jackson Five. La scelta della fila è sempre drammatica, ovviamente capito in quella più lenta; ma intanto il tempo passa e il “segnale” boarding ci ricorda che il nostro volo sta per partire. Ormai è un lento conto alla rovescia, fatto di ansia e speranza. Finalmente depositiamo le nostre impronte digitali e una foto del nostro viso, ormai distrutto dal viaggio, al poliziotto di dogana e ci mettiamo poi a correre come due invasati alla ricerca dei bagagli. Si, perché non basta il ritardo accumulato da Parigi, ma occorre sempre rifare dogana al primo scalo in terra americana.

Ritiriamo i bagagli, manca ormai un quarto d’ora alla partenza, ma in teoria il gate potrebbe essere già chiuso. Mentre Barbara, da brava italiana, prova per la prima volta a scavalcare la fila per l’emissione delle carte d’imbarco con una serie indefinita di “sorry”, io mi catapulto con i bagagli da un operatore addetto ai flight connections. Gentilmente mi dice di lasciarli a terra in una stanzetta; penso subito, come farà a portarli all’aereo visto che mancano poco meno di dieci minuti; dentro di me realizzo che, se prendo questo aereo (per la cronaca l’ultimo della giornata per Phoenix), arriverò senza il bagaglio. Poco male, un problema alla volta, ma ancora non è finita. Altro check in, altro spogliarello, altre monete e caramelle disseminate tra i piedi dei poliziotti. Ora l’unica cosa da fare è raggiungere, con scarpe slacciate, il nostro gate. Peccato che negli States le distanze siano diverse che a Bologna; una maratona è il termine più consono per disegnare la scena. Arriviamo in scivolata al gate per Phoenix proprio mentre la hostess sta per chiudere la porta del tunnel; questa, forse per pietà, o meglio, per evitare che due soggetti ridotti in condizioni drammatiche possano bivaccare sulle loro poltroncine tutta la notte, ci fanno imbarcare. Mai successo di salire così su un volo. Ci accomodiamo increduli di essere ancora in “corsa”. L’aereo è praticamente deserto, poche persone forse pendolari. Decolliamo e l’adrenalina sprigionata dall’ansia dei tempi ristretti, dalla paura di perdere l’ultimo volo e dallo stress del lungo viaggio ci lasciano facendoci dormire per tutta la tratta. Il bello di viaggiare ad ovest è che il tempo non passa mai; ti imbarchi al mattino e atterri al pomeriggio. Phoenix ci accoglie in perfetto orario in un aeroporto veramente bello, con qualche tocco kitch come le pareti finte del Grand Canyon giù per le scale mobili. Ma anche questo ti fa capire che la vacanza sta per iniziare. Peccato che i bagagli, come purtroppo previsto, non siano arrivati. Non mi era mai successo, la prendo sportivamente filosofeggiando che tutto fa esperienza. Ma poco male, l’addetto Delta ci assicura che li vede dal terminale e domani mattina saranno qua. Adesso non voglio pensarci, mi ero attrezzato per l’evenienza e gli lascio un foglio con tutta la lista degli hotel che toccherò durante il mio giro. Prossima tappa ritiro dell’auto: un pulmino unico, a differenza degli altri aeroporti dove occorre individuare quello relativo alla propria casa di noleggio, ci porta in una struttura al limite del fantascientifico. Una hall immensa, che assomiglia di più all’atrio del Teatro alla Scala, accoglie i pochi viaggiatori ancora a piede libero nella notte e gli permette di scegliere al tempo stesso tra un’infinità di case noleggio. In pochi secondi consegno la mia reservation al classico inserviente che a macchinetta comincia a sfoderarmi tariffe e upgrade ad una velocità ipersonica. Rispettoso gli lascio fare il suo lavoro, ma mentre l’osservo penso a quante volte quel giorno ha ripetuto la poesia. Di colpo comincio a rivalutare il mio lavoro.

Anche questa volta riesco ad aggiungere, i.e. pagare, qualche upgrade all’automobile anche se non so cosa; sono troppo forti gli americani, riescono a venderti anche ciò che credi di aver già comprato. Ma la parte relativa alla trattativa sul prezzo non è nulla in confronto alla ricerca vera e propria dell’auto nei parcheggi. Cinque piani di vetture divise in settori con ordine alfabetico, suddivise ulteriormente in ordine numerico; sembra quasi di giocare a battaglia navale. All’improvviso mi accorgo di come lo smarrimento “temporaneo” del bagaglio sia un grosso vantaggio; già mi vedevo girare tra rent car e parcheggi con il valigione presidenziale che immancabilmente si capovolge al primo cambio di pendenza della strada. Ma eccola, una fiammante fuoristrada Ford Explorer a sette posti, immensa rispetto ai nostri canoni europei. Realizzo subito dove siano finiti i soldi per gli upgrade; vuole dire che staremo molto, ma molto più larghi. Ora sono a posto, tiro fuori il navigatore satellitare di Pier dallo zaino; che lusso quest’anno, niente più mapquest cartaceo in giro per l’abitacolo, direi una svolta epocale nel mio modo di viaggiare. Peccato però che il bellissimo Garmin non lo sappia usare, visto che caricate ci sono solo le mappe americane. Spingo qua e là e riesco a trovare la prima tappa, l’agognato Sleep Inn Airport. Ci mettiamo in marcia; Phoenix già alle undici di sera è deserta, meglio per chi guida, ma strano per chi come noi è abituato a Rimini, dove sembra di vivere in un mondo di insonni. Riesco a sbagliare subito strada nonostante il navigatore in bella vistae allora capisco che la cosa migliore è tracciare i percorsi sull’asfalto con una vernicespeciale. Comunque tra una svolta errata a destra ed una highway fuori programma raggiungiamo iChapterl nostro umile hotel, che a quell’ora assomiglia di più a una reggia. Sono le undici di sera, una breve botta di conti e ci accorgiamo che siamo svegli da una vita; il sonno comincia a fare capolino. Ma siamo felici, anche senza valige, in fondo domani è un altro giorno e il southwest ci aspetta, o quantomeno aspetta me.

  giottoGiotto

 

   
   
 
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